.: La storia di don Italo Calabrò :: Il suo insegnamento

Il suo insegnamento

Don Italo e il volontariato


Attenzione alle persone
Il volontariato è anzitutto attenzione alle persone. Si direbbe che nasce proprio provocato dalle persone, dalla constatazione che specialmente alcune persone, le più povere ed emarginate, non sono trattate da persone, cioè con dignità, con rispetto e vivono nell'umiliazione e nell'oblio. Questa attenzione, questa volontà di creare rapporti personalizzati provoca la concretezza nelle risposte (il volontariato è una risposta precisa data ai bisogni di questa persona, in questo momento).

La centralità della persona
C'è il superamento delle categorizzazione.
Non ci sono i vecchi ma Pietro, la persona anziana vedovo, con la sola pensione sociale, abbandonato dai figli, costretto ad uno stato di dipendenza totale, lui che era così orgoglioso.
Non ci sono i minori, ma Francesco minore, rimasto senza famiglia, avviato prestissimo all'accattonaggio, al furto.
Non c'è la categoria degli handicappati, ma i singoli bambini, ragazzi, adulti che hanno sofferto in un certo ambiente, determinate forme di umiliazione.

Umanizzazione nei servizi socio-sanitari
Possiamo e dobbiamo richiedere al personale impiegato nei servizi socio-sanitari rispetto e attenzione per ogni persona.
Ma dobbiamo anche constatare che il rapporto umano personalizzato non nasce automaticamente dalla professione.
Spesso le cose da fare sono così numerose che le persone contano poco; talvolta la professione non è stata una scelta fatta sulla base di idoneità, ma solo un lavoro.
Di qui l'esigenza di un volontariato come umanizzazione delle strutture di servizio. Forse la differenza più percepita dai poveri, dagli ammalati, ecc. a contatto con i volontari è questa: non rischiano mai di diventare numero, il numero di stanza, il numero di letto.

Impegno di liberazione
Una caratteristica del volontariato che voglio ricordare in rapporto alle persona è l'impegno per la promozione e la liberazione.
Il vero aiuto dato alle persone è quello che provoca la loro uscita, dallo stato di dipendenza e di povertà, verso una posizione di autonomia e di libertà.
L'ambizione maggiore del volontario dovrebbe essere che gli altri non abbiano più bisogno di lui.

Il volontariato e la partecipazione della comunità
I volontari non vogliono essere un alibi al permanere delle ingiustizie e al riprodursi delle emarginazioni.
Non devono, non vogliono limitare il loro impegno per l'uomo all'opera del buon samaritano ma devono contribuire attivamente a trasformare l'attuale assetto assistenziale in un piano organico di servizi sociali; devono farsi animatori di un processo di partecipazione della comunità, con l'obbiettivo del superamento della emarginazione.

Mobilitare la comunità
I volontari che accettassero la delega di fatto, anche coprendosi di meriti personali, finirebbero con il ritardare la crescita della gente e con l'impedire una reale alternativa alla situazione attuale.
Perciò i volontari devono per un verso uscire dal loro angolo operativo e far sentire la propria voce nell'ente locale, con proposte, richieste, ecc. Peraltro devono farsi "volano" della partecipazione del numero maggiore possibile di cittadini e a tutti i livelli: a livello della programmazione e realizzazione dei servizi; dell'impostazione, approvazione e interpretazione delle nuove leggi regionali, delle delibere comunali o di quartiere; a livello del controllo del potere locale contro il pericolo di una gestione totalitaria o conservatrice del medesimo, a danno del benessere di tutti.
Si tratta in altre parole di mobilitare la comunità, perché esca dall'individualismo e si riappropri del suo destino, strappandolo a tutti gli interessi estranei, sia privati che di partito.

Il volontariato nella comunità parrocchiale
Credo, inoltre, di potere affermare che molti fratelli nelle nostre comunità parrocchiali sono inattivi perché non c'è chi li chiami, come gli operai della parabola evangelica: penso a tante persone libere da impegni immediati di lavoro o di famiglia (pensionati ancora validi, vedove, donne nubili) che vogliono o possono dare tanto del loro tempo, del loro cuore, forze anche delle loro modeste risorse ai bambini, a vecchi relegati nelle loro case, o nelle case di ricovero, agli handicappati, alle varie iniziative sociali e caritative della parrocchia e attendono solo un nostro invito, cordiale, fiducioso, insistente, per aprirsi ad una vita di condivisione con altri che riempirebbe anche tanti vuoti e le aiuterebbe a superare delusioni e frustrazioni che si portano dentro.

Il volontariato della vocazione
Noi sacerdoti, religiosi, suore, non abbiamo detto, non ripetiamo ogni giorno una spontanea, quindi volontaria, generosa risposta di oblazione totale della nostra vita al Signore ed ai fratelli?
Non abbiamo messo a servizio di Cristo e dei poveri la nostra esistenza, accontentandoci di ricevere (e guai se non fosse così!) solo quanto è di congruo sostentamento per la vita di ogni giorno?
Ho sempre riflettuto con gioia su questa nota meravigliosa del volontariato della nostra vocazione e vorrei condividere con voi, oggi, tale interiore soddisfazione.
Ecco, perché, credo, siamo noi i primi abilitati a parlare di volontariato, a promuovere il volontariato, avendo fatto nota sostitutiva di una scelta integrale di vita.

"Don Italo e il volontariato", 1989
 

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